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sabato 5 gennaio 2013

Magliano fusa con altri comuni? L'ipotesi accorpamento avanza


(Unione dei Comuni di Magliano, Collevecchio, Tarano e Montebuono, tutti attorno al bacino del fosso Campana)

Quasi ottomila abitanti, terzo comune nella Provincia di Rieti (o tra i primi 15 della futuribile Provincia Tuscia Sabina), un territorio di 110 chilometri quadrati, un ruolo maggiore nella politica dei territori, vantaggi economici derivanti da un maggiore afflusso finanziario dallo Stato, più risparmio derivante dalla unione dei servizi. Di quale comune stiamo parlando? Forse proprio del nostro, ossia del nuovo comune di Fosso Campana - o Magliano Campana che dir si voglia (o qualsiasi altra idea fattibile)-, cioè una Magliano fusa con Collevecchio, Tarano e Montebuono. Ma per quale motivo? Volenti o nolenti, l'idea dell'accorpamento dei comuni con popolazione inferiore ai 5mila abitanti sta prendendo sempre più piede nelle commissioni parlamentari e nella politica comune in generale, al fine di risparmiare sui costi della macchina statale nonché per favorire efficienze nei servizi ai cittadini.
Un'anagrafe per mille abitanti? Quattro anagrafi per 4 comuni? Ha effettivamente molto più senso un un unico servizio di anagrafe per 8mila abitanti, che permette anche la riallocazione delle risorse umane, al fine di garantire maggiori servizi al cittadino, magari attraverso l'informatizzazione completa degli atti e dei documenti, con la realizzazione di una posta elettronica certifica per il Protocollo Comunale e gli altri servizi di notifica e di concorsi/bandi.
(In blu il ruolo del nuovo comune tra gli altri del circondario, clicca per ingrandire)
Certo, la conformazione del nuovo comune non sarà per forza di cose quella appena suggerita, ma bisogna muoversi. Nella testa e nei programmi di tanti partiti e movimenti politici per le prossime elezioni (Movimento 5 Stelle, Fare per Fermare il Declino, Partito Democratico, Lista Monti, Pdl e altri) ritorna con sempre maggiore frequenza il tema dell'accorpamento dei piccoli comuni. E che la soglia sia 5mila o 10mila, Magliano ci rientra sempre e comunque. Tanto vale, cominciare a ragionarci già adesso, entrando nell'ottica di una possibile e neanche troppo remota fusione tra i comuni del circondario. Esclusa (purtroppo) la possibile fusione con Otricoli e Calvi dell'Umbria (stanno in Umbria, per l'appunto) ed esclusa quella con Civita Castellana (che ci appare da autolesionisti) rimane soltanto la possibile fusione con Collevecchio (e Tarano-Montebuono) oppure l'ipotesi suggestiva ma delladellacquiana di un'apparentamento con Gallese (e anche Corchiano? O Orte?).
Insomma, le ipotesi non mancano, e la questione non è ancora stringente. Ma non va ignorata. Potremo ritrovarci, tra non molto, con un decreto legge che ci obbliga all'unione forzosa con altre realtà vicine, magari già organizzate. Questa volta sarebbe il caso di non farci cogliere impreparati.

sabato 3 novembre 2012

Ex provincia reatina a rischio frammentazione

dal sito de "Il Giornale di Rieti"
«Approvato il decreto sul riordino delle Province, un decreto decisamente sommario e pesante sulle reali esigenze dei territori che rischiano di rimanere isolati e penalizzati per la mancanza di tutele e di specifiche in materia, e' tempo di provare a governare questo processo». Lo dichiara in una nota il consigliere regionale del Lazio, Mario Perilli (segue).

di Rosella Vivio
Azzerate, cancellate senza se e senza ma in un sol colpo. Nessuno ci credeva. Molti non ci speravano. Mercoledì scorso il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto legge che ridisegna la mappa delle Province. Un decreto calato come una mannaia sulle attuali Giunte provinciali che saranno soppresse dal primo gennaio 2013. L'appena tornato presidente Melilli sarà il curatore finale di un riordino che si spera sarà per i reatini, diventati viterbesi, il meno doloroso possibile. Soprattutto per chi in Provincia lavora (segue).

(in giallo i comuni della ex provincia con meno di mille abitanti)


L'emanazione del decreto che prevede il riordino delle province determina una naturale accelerazione sugli scenari su cui si è dibattuto in questi mesi. Comprensibili le apprensioni che si registrano per una unione che agli occhi di tutti appare innaturale ed illogica, ma imposta solo dalla combinazione dei numeri saltata fuori dal cilindro di Patroni Griffi. Del resto che le province non fossero in buona salute era noto da tempo; a più riprese avevano evitato il colpo di forbice solo all'ultimo secondo. I sondaggi confermano che buona parte della opinione pubblica non ne comprende l'utilità e solo la necessità di osservare l'art. 114 e segg. della Costituzione ha evitato che si procedesse per la loro totale abolizione. Logico invece attendersi maggiore oculatezza di scelta allorché si è optato per una operazione di riduzione del numero complessivo. Aver privilegiato il criterio demografico comporterà l'acuirsi del processo di spopolamento dell'”Appennino morente”. Con l'abbandono progressivo dei borghi appenninici si determinerà una accelerazione nell'ineluttabile spostamento e nella sempre maggiore concentrazione delle popolazioni a valle. Da un lato avremo borghi spopolati e dall'altra maggiore richiesta abitativa. Un assurdo in termini di gestione del territorio. Non so se farà bene al paese di assecondare questo processo migratorio, sia da un punto di vista dell'uso del suolo che per l'equilibrata gestione dell'assetto idrogeologico. Abbandonare le aree interne e la montagna comporterà inoltre maggiori rischi per le aree sottostanti e maggiori costi di prevenzione e salvaguardia territoriale. Lecito attendersi un ripensamento da parte dei prossimi governi ed una rilettura di una riforma fin qui molto discussa. Ho seguito con molto interesse le dichiarazioni di chi considerando innaturale l'unione prefigurata, prefigura un'implosione della provincia reatina, e si prepara a migrare in altre regioni. La ipotizzata trasmigrazione ad altra Regione dei Comuni di confine (Cicolano per l'Abruzzo, Montepiano per l'Umbria, Alto Velino diviso tra Marche ed Abruzzo) non credo che avrà l'effetto di cambiare il destino di area marginale. Spostando semplicemente il confine politico di una regione o di una provincia difficilmente potrà determinerà il cambiamento di sorte dei Comuni o delle politiche a servizio delle rispettive popolazioni. Non è secondario, infatti, il tempo di crisi in cui cade questa scelta, con forte contrazione della spesa. La stessa promozione di un comitato referendario, in grado di catalizzare l'attenzione della opinione pubblica non solo reatina, si troverà a superare gli ostacoli delle complesse procedure previste dalla legge ed anche quelli causati dall'approdo in una regione che a norma dell'art.133 della costituzione potrebbe essere essa stessa oggetto di riordino, non possedendo il requisiti minimale del milione di abitanti ed essendo ormai costituita da una provincia coincidente con il territorio regionale. In tutti i casi mi pare che la risposta, “andarsene altrove”, non sia adeguata alla domanda che il momento pone. Una cosa, invece, potrebbe contribuire a rendere i comuni adeguatamente forti di fronte alla richiesta di semplificazione e di competizione territoriale. Il punto debole del nostro territorio provinciale è evidente; sta nella estrema frammentazione e nella presenza di comuni molto piccoli e non più in grado di assolvere adeguatamente i compiti assegnati. Il loro ruolo sarà ancor più residuale, fino all'ininfluenza, nel contesto provinciale che si profila o in qualunque altro che non sia quello attuale, con ricadute in termini di declino facilmente intuibili. Diversa invece mi parrebbe la condizione di questo territorio se fosse diviso in 10-15 comuni anziché 73. I media hanno dato notizia che 7 comuni della Valsamoggia in Emilia hanno deciso di fondersi in un unico comune. I consigli comunali hanno già deliberato ed ora saranno le popolazioni a pronunciarsi con un referendum. Se i cittadini dimostreranno di credere nel progetto si costituirà un comune di oltre 30.000 abitanti e di oltre 178 kmq., uno dei più grandi della provincia di Bologna con capacità d'interlocuzione ben diversa da quella attuale. Penso che questa sia la vera sfida che ci si pone di fronte al cospetto dell'azione di riordino provinciale, e solo una adeguata risposta potrà assicurare diverso destino alle comunità locali. Qui o altrove.

venerdì 30 dicembre 2011

Il futuro di Magliano... Sabina: Bassa o Nova?

dal sito de "Il Corriere di Rieti"

(clicca sull'immagine per ingrandire)

martedì 13 settembre 2011

Anche Magliano aderisce alla protesta dei piccoli comuni

dal sito de "Il Corriere di Rieti"

(clicca sull'immagine per ingrandire)

mercoledì 17 agosto 2011

I comuni aboliti della (ex) provincia di Rieti

(clicca sull'immagine per ingrandire: i comuni in giallo sono accorpati)


Ecco la lista dei comuni che dovranno essere accorpati ad altri comuni contigui per superare la soglia dei mille abitanti (o, se concesso dalla bozza di legge, di unirsi tra loro per superare tale soglia). Sono ben 37, ossia la metà dei comuni dell'ex provincia di Rieti:


Montebuono (938 abitanti)
Rocca Sinibalda (844)
Casaprota (774)
Monte San Giovanni in Sabina (772)
Posta (724)
Frasso Sabino (709)
Accumoli (708)
Configni (692)
Belmonte in Sabina (677)
Borbona (660)
Roccantica (627)
Longone Sabino (604)
Poggio San Lorenzo (589)
Cottanello (572)
Salisano (565)
Mompeo (546)
Colli sul Velino (513)
Cittareale (485)
Orvinio (472)
Collalto Sabino (458)
Montasola (420)
Colle di Tora (380)
Morro Reatino (371)
Labro (370)
Pozzaglia Sabina (368)
Concerviano (319)
Castel di Tora (310)
Montenero Sabino (310)
Nespolo (281)
Ascrea (279)
Vacone (265)
Turania (247)
Varco Sabino (221)
Collegiove (190)
Paganico Sabino (180)
Micigliano (142)
Marcetelli (111)

sabato 9 luglio 2011

Abolizione delle province? Più o meno, ma non solo


"Contro una macchina statale elefantiaca

Libere idee su internet che partono da un mouse"

Il vero problema strutturale dell'Italia è la presenza di ben due enti intermedi tra lo Stato centrale e la Municipalità locale: le Regioni e le Province. Fino al 1970 esistevano solo le province, figura tipica dello stato accentrato ottocentesco e fascista, che per controllare il territorio dislocava nei territori alcuni delegati dei ministeri più importanti. Spesso la suddivisione provinciale era di natura prettamente utilitaristica, per facilitare l'efficienza gestionale. Con la costituzione vengono previste anche le Regioni che, per incapacità politica, vengono istituite più di 20 anni dopo. Ma mentre ci si prometteva di abolire le Province, che sarebbero state sostituite dall'entrata in funzione delle Regioni, esse rimasero.
Il tempo passa, poiché nei trent'anni successivi mai nessun ente europeo ci venne a dire (oppure ce lo disse ma noi non ascoltammo) di diminuire la spesa pubblica, che alimentava oltremodo i bilanci di questi due enti. Arriva la moneta unica, e l'Italia non può più far uso (rectius: abuso) della svalutazione della propria moneta, ed è costretta a gestire un bilancio come ogni ragioniere dovrebbe fare, ossia in pareggio. Ma il pareggio era (ed è) ancora impossibile, visto che venivamo da anni di vacche grasse, e da decenni di debito pubblico in aumento continuo.
Oggi le cose sono cambiate (o sicuramente dovranno cambiare). La moneta unica e la crisi economica ha imposto al paese di ridurre le spese e razionalizzare i servizi. Ed ecco che proprio oggi ritorna in auge l'argomento clou: la presenza (necessaria?) di due enti intermedi, situazione di cui l'Italia da 1861 al 1970 ha fatto a meno.
Il motivo che ci spinge a parlare di razionalizzazione di sprechi, di abolizione di enti inutili è proprio questo tempo attuale di vacche magre. E se vogliamo davvero evitare il default, il fallimento finanziario del sistema-paese, forse qualche riduzione dovremmo farla.
Innanzitutto dovremo tornare a quel sistema ad unico ente intermedio con cui l'Italia ha convissuto a lungo. Ciò significa l'eliminazione delle Province o delle Regioni. Quale eliminare? Andiamo a sorteggio o a strepito popolare? Forse la cosa più conveniente sarebbe proprio analizzare nel dettaglio le conseguenze dell'eventuale abolizione dell'una o dell'altra. La realtà che vediamo è che mentre le province sono troppo piccole e vicine, le regioni (alcune regioni) sono già troppo grandi e lontane. L'Italia, sebbene una e indivisibile, non è tutta uguale, e le esigenze di un territorio non corrispondono alle esigenze di un altro.
Facciamo degli esempi. Abolire le province in Valle d'Aosta non ha significato: non ci sono, o meglio, le sue funzioni sono già gestite dalla Regione. Abolire le province in Trentino Alto Adige significherebbe rivolta popolare, poiché lì le vere funzioni sono svolte dalle Province (o meglio, Province Autonome) e sarebbe più opportuno abolire la Regione. Per il Molise, l'Umbria e la Basilicata, le province o si aboliscono entrambe (ne hanno solo due ciascuna) o altrimenti avrebbero dei doppioni del tipo Provincia di Campobasso e Regione Molise che insisterebbero sullo stesso territorio.
Cosa fare quindi? Decidere di abolire un ente intermedio, ma variando da situazione a situazione. Come già indicato nei casi precedenti, bisognerebbe seguire le esigenze dei territori. E per le altre regioni? Effettivamente esistono territori in cui l'eventuale eliminazione delle province significherebbe accentramento massimo, e l'abolizione della regione comporterebbe uno smembramento eccessivo. E allora perché non cercare una via di mezzo, il giusto compromesso? Una "pro-gione", una "re-vincia" potrebbero essere la soluzione: cioè si eliminano le province, ma si creano Regioni a dimensioni ridotte, più vicine ai cittadini (o se preferite, si eliminano le Regioni, ma si uniscono le province in Province più grandi). Provare per credere. Se la Puglia è troppo grande per essere sola e le province sono troppo piccole per essere rappresentative, non è vero che una Puglia divisa in Puglia e Salento avrebbe gli stessi problemi. Così come si potrebbe attuale lo stesso discorso con l'Emilia, e la Romagna, non insieme ma divise. Stesso discorso per la Toscana e la Maremma, la Campania ed il Cilento etc. Insomma, la giusta suddivisione che permetterebbe rappresentatività, servizi e legame col territorio. In poche parole, si provvederebbe alla abolizione della maggior parte delle province, ma garantendo la presenza di un ente intermedio forte e vicino. In questo modo gli uffici decentrati dello stato non verrebbero automaticamente distribuiti sic et simpliciter con la presenza di un capoluogo, ma verrebbero distribuiti secondo necessità da ogni territorio. Le funzioni oggi divise tra Provincia e Regione verrebbero attribuite all'unico ente intermedio presente, e le funzioni provinciali di basso livello andrebbero ai Comuni.

Ma questa mossa basterebbe ad avere una sana riforma strutturale del territorio? No, ci sono altre due questioni rilevanti, quella delle città metropolitane e dell'accorpamento dei piccoli comuni, riassunte nei seguenti punti, insieme ad una summa della prima questione appena affrontata.

1) ABOLIZIONE DELLE PROVINCE


I dipendenti delle province non saranno licenziati, bensì verranno integrati negli altri impieghi pubblici; le funzioni delle province verranno affidate alle regioni e ai comuni (per il caso della Regione del Trentino alto adige, non saranno abolite le province, ma la regione, che ha pochi compiti, e le province del Trentino e l'Alto Adige diverranno regioni - e basta con le Regioni a statuto speciale!). Gli uffici decentrati dello Stato non coincideranno per forza di cosa con il vecchio capoluogo ma verranno distribuiti sulla base delle vere esigenze territoriali. 

2) ACCORPAMENTO DEI COMUNI CON MENO DI 500 ABITANTI


Questi comuni non verranno eliminati, ma verranno accorpati con i comuni limitrofi, per formare un comune più grande con popolazione superiore a 500 abitanti, in modo che i costi della politica e dell'amministrazione verranno decisamente diminuiti. L'identità dei comuni accorpati verrà mantenuta, mantenendo ciascuno il proprio gonfalone, il titolo di Paese e la possibilità di essere circoscrizione autonoma nel nuovo comune.
Il nuovo comune avrà in tal modo molta più rappresentatività in sede regionale, poiché sarà espressione di una popolazione maggiore. Il nome del nuovo comune potrà essere costituito dall'affiancamento dei nomi preesistenti (es: Guidonia-Montecelio) o potrà essere nuovo, in riferimento alla topografia dei luoghi su cui insistono i comuni.

- REALIZZAZIONE DELLE CITTA' METROPOLITANE


Sono previste da 10 anni nella Costituzione Italiana ma ancora non sono realizzate. I comuni con più di 800mila abitanti devono costituirsi in Città metropolitane. I comuni territorialmente contigui possono scegliere con delibera comunale se farne parte. Le città metropolitane, così costituite, ESCONO DALLA REGIONE di origine e costituiscono un territorio distaccato, la CITTA' METROPOLITANA, con poteri identici a quelli della regione. In questo modo le esigenze della popolazione periferica non verrà frustrata da quelle della metropoli, e al contempo le necessità delle metropoli potranno essere soddisfatte senza le contestazioni levate dai territori periferici.
Le Regioni il cui capoluogo è divenuto Città metropolitana indicheranno un nuovo capoluogo, che non necessariamente deve corrispondere alla seconda città più popolosa, ma che deve invece trovarsi in una posizione centrale nella Regione, facilmente raggiungibile da tutti i cittadini. Indi per cui capoluogo può essere anche un comune di 10mila abitanti, se in grado di poter assicurare gli spazi necessari per gli uffici centrali.
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